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In vacanza dai sessantenni


di UnFilm
30.08.2026    |    1.864    |    2 9.3
"La mano le scese lungo il fianco, quasi senza volerlo, quasi per controllare che il vuoto fosse ancora lì..."

La terza estate cominciò come le altre due: lei in cucina a fingersi la nonna perfetta, lui in giardino a fingersi il padrone di casa. Io ero l'unico a non fingere, e forse per questo lei mi sceglieva, estate dopo estate.
Sessantadue anni. Io ne avevo quarantacinque. Lui sessantacinque. Tre anni di danza. Tre anni da quando, su quel sito, lei aveva capito prima di me che voleva consegnarsi. Non in scena. Nella vita. E il marito, quell'uomo che adesso tagliava le rose con le cesoie troppo grandi per le sue mani, lo sapeva. Lo aveva sempre saputo. A volte mi guardava come chi affitta una stanza in casa propria: non è ospitalità, è necessità.
Non era una cosa che ricominciava. Continuava. La vacanza serviva solo a togliere di mezzo le scuse.
Nel pomeriggio era uscita con le amiche. Tornò verso le sette, il profumo del suo sudore mescolato a quello della crema solare, la pelle ancora calda. Poggiò sulla tavola una borsa di carta strizzata.
«Guarda cosa ho trovato.»
Tirò fuori una collana di perle finte. Bianche, opache, troppo regolari. Economiche. Perfette.
La osservai senza toccarla.
«Questa è per me?»
«Se la vuoi.»
«La voglio. Ma voglio sapere dove la metterai tu.»
Lei sorrise, quel sorriso che usava solo con me, quello che le faceva venire una ruga in fondo agli occhi, quasi una ferita.
«Stasera al collo» disse.
«Tutto qui?»
La sua espressione cambiò. Il respiro le si fermò un istante nel petto, quel petto che conoscevo meglio del suo medico. Aveva capito. O forse l'aveva capito già quando le perle erano ancora sul banco del mercante, e le aveva comprate proprio per questo.
«Va bene, padrone.»
Le parole uscirono basse, senza fiato. Non era un gioco quando lo diceva così. Era una dichiarazione di stato civile.
Alle otto arrivarono. La terrazza si riempì di voci, di bambini che correvano, di quel rumore specifico delle famiglie che credono di essere felici. Lei si trasformò. Distribuiva piatti, controllava i bambini, rideva con le amiche. E portava la collana. Le perle bianche contro la pelle abbronzata del collo, visibili a tutti, invisibili a tutti.
Era perfetta. La moglie. La madre. La nonna. E sotto, mia.
A un certo punto lui la guardò da lontano, mentre sgranava le olive. «Bella quella.»
Lei si toccò appena le perle con due dita, un gesto che sembrava innocente ma che io riconobbi: era il modo in cui si toccava quando ero dentro di lei.
«Un acquisto da poco» disse.
Io bevvi un sorso di vino. Il rosso era troppo caldo. Non importava. Nessuno avrebbe potuto immaginare che quella collana era un contratto firmato in pubblico. Che ogni perla toccava un punto del suo corpo che le apparteneva solo a me.
A metà cena le mandai un messaggio. Non guardai il telefono dopo averlo inviato. Aspettai.
Quando vai in bagno, togli le mutande. Tienile in mano. Torna a tavola.
Lei lesse sotto il tavolo. Vidi il suo polso muoversi, il braccio tendersi leggermente, la spalla che si inclinava verso il grembo. Poi il telefono sparì. Non alzò gli occhi. Non rispose. Continuò a parlare con sua figlia di scuole e vacanze, mentre io sapevo che stava ripetendo le mie parole nella testa, sentendo l'aria diversa tra le gambe, immaginando il viaggio di ritorno alla tavola con quel segreto arrotolato nel pugno.
Quello mi eccitò più di qualsiasi tocco. Niente imbarazzo. Niente esitazione. Soltanto obbedienza cieca, calda, assoluta.
La cena andò avanti per un'altra ora. Lei si alzò due volte. La prima per i piatti. La seconda per il bagno. Tornò con le guance leggermente accese, le labbra più scure, il passo diverso. Si sedette. La gonna le cadde sulle ginocchia con un movimento troppo studiato. Io sapevo. Lui no, o forse sì, e forse quella era la parte più perversa.
Poi gli ospiti andarono via. Lei salutò tutti sulla porta. Baci sulle guance, sorrisi, raccomandazioni. Poi la porta si chiuse. Il silenzio della casa ci inghiottì.
Rimanemmo noi tre.
Lui sparecchiava lentamente, con quel ritmo da pensionato che aveva imparato a odiare e amare. Io guardai lei. Non dissi niente. Lei sapeva.
«La collana.»
Lei infilò una mano nella borsa che aveva lasciato sulla sedia. La tirò fuori. Me la porse. Poi, con la stessa mano, lentamente, sollevò il bordo della gonna. Non abbastanza da mostrare. Abbastanza da farmi capire.
«Eseguito» disse.
La presi. Le perle erano ancora calde del suo collo.
«Bene.»
Suo marito rise, quel suono secco che faceva quando beveva troppo. «Ha passato l'esame?»
«Per adesso.»
Lei ci guardò entrambi. I suoi occhi andavano da me a lui, cercando di capire chi di noi due fosse il più pericoloso. Non lo sapeva nemmeno lei.
«Siete veramente due bastardi.»
«Eppure sei tu che hai comprato la collana» le ricordai. «E sei tu che sei tornata a tavola senza niente sotto.»
Per un momento rimase in silenzio. Il respiro le si era fatto rapido, troppo visibile. Poi sorrise. Quel sorriso da bambina cattiva che non avrebbe mai dovuto avere a sessantadue anni.
«Sì.»
Fece una pausa. La mano le scese lungo il fianco, quasi senza volerlo, quasi per controllare che il vuoto fosse ancora lì.
«E domani ne compro un'altra.»
Quella risposta mi fece ridere, ma la risata mi morì in gola. Lei lo sentì.
«No.»
«No?»
«Domani scelgo io. E domani non sarà una collana.»
Lei abbassò gli occhi. Le guance erano accese, il collo pulsava. «Va bene.»
Non dissi altro. Tirai fuori dalla tasca interna della giacca il guinzaglio di pelle nera che portavo con me da tre giorni. Lei lo vide e non batté ciglio. Lui smise di sparecchiare.
«Vieni qui» dissi.
Lei si alzò. La gonna le cadde a terra con un fruscio. Si era già tolta tutto sotto, ma adesso si slacciò il vestito davanti a noi. Lo fece cadere. Rimase nuda. Sessantadue anni di pelle, di seni che pendevano veri, di ventre segnato. Era più bella di qualsiasi ragazza.
«In ginocchio.»
Obbedì. Gli afferrai i capelli — non forte, ma con decisione — e gli agganciai il guinzaglio al collo. Sopra le perle. Il metallo freddo contro la pelle calda.
Suo marito era immobile, appoggiato allo stipite della porta. Non disse una parola. I suoi occhi erano neri.
«Apri» dissi a lui.
Per un momento pensai che si rifiutasse. Poi si voltò, aprì la porta-finestra sul giardino, e si fece da parte.
Il buio era totale. L'aria dell'estate entrò calda. Lei tremava. Non di freddo.
«A quattro zampe» dissi.
Lei si chinò. Le mani sul pavimento della terrazza, le ginocchia sulla pietra. Il guinzaglio teso. Le perle che pendevano e toccavano il cemento.
La tirai su, dolcemente. Uscimmo. Il giardino era umido, odorava di gelsomino e terra bagnata. La siepe di alloro ci nascondeva dal mondo. Ma non dal cielo. Non dalle finestre dei vicini, se qualcuno guardava.
La feci camminare. Lenta. Il sedere bianco che si muoveva nel buio, il guinzaglio che brillava appena. Ogni tanto tiravo, e lei si fermava, e il suo respiro era l'unico suono oltre alle cicale.
A un certo punto lei alzò la testa. Guardò le stelle. Poi guardò me, da sotto, da quella posizione di cane. E sorrise.
«Grazie, padrone.»
Suo marito, dalla porta, non si era mosso. Lo sapevo senza voltarmi. E in quel momento capii che non era più il mio gioco. Era il suo. Era il nostro. E non sarebbe mai più finito.
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